Analisi dei tassi a 2 e 10 anni
Dopo i violenti movimenti delle ultime settimane, effettuiamo un aggiornamento sull’impostazione di analisi tecnica dei tassi a 2 e 10 anni in Europa
Tassi a 2 anni
Il recente fallimento del test dell’importante resistenza a 5.55 conferma l’idea che il mercato sia ipercomprato e che nel breve termine si possa assistere ad una correzione anche significativa verso area 4,50 - 4.80. La tendenza al rialzo resta comunque intatta e riteniamo che la correzione ipotizzata potrebbe preparare un ulteriore importante movimento verso area 7.00. Perché questo scenario si concretizzi è ovviamente fondamentale il superamento del livello di 5,55 che a questo punto assume una rilevanza ancora più importante che nel recente passato.
Un nuovo tentativo fallito invece delineerebbe una figura di “double top” di breve e “triple top” di lungo periodo, che aprirebbe scenari ribassisti di medio termine. In ogni caso un nuovo tentativo del mercato di segnare nuovi massimi sembra molto probabile.
Tassi a 10 anni
La recente lateralizzazione attorno la quota 5.00 sta dando forma ad un potenziale rettangolo rialzista, la cui rottura aprirebbe la strada ad ulteriori aumenti, con primo obiettivo in area 5.25 e una successiva estensione fino a 5.55.
Seppure con tempistiche diverse quindi, il livello di 5,55 sembra importante anche per la scadenza decennale. La differenza del quadro tecnico rispetto ai tassi a due anni sta nel fatto che il canale ascendente nel quale si trovano i tassi decennali sembra molto più stabile e consolidato, il che fa presupporre volatilità assai inferiori rispetto alla scadenza biennale.
Bce: guerra all’inflazione anche a prezzo della crescita
Nel corso dell’ultima riunione mensile la BCE ha lasciato invariati i tassi di riferimento al 4% ma le sue dichiarazioni hanno preso di sorpresa tutti i mercati finanziari, creando i presupposti per l’inizio di una nuova fase di volatilità, soprattutto sui comparti del reddito fisso, delle valute e delle materie prime.Da ormai diversi mesi ci si muoveva all’interno di una situazione di precario equilibrio; da una parte il rallentamento economico contribuiva a spingere i tassi di interesse verso il basso, dall’altra parte l’inflazione “arrembante” contribuiva a farli lievitare. Questo relativo equilibrio è stato bruscamente rotto giovedì scorso, quando il presidente della BCE Trichet ha chiaramente fatto intendere che il prossimo movimento dei tassi di riferimento europei sarà verso l’alto (probabilmente già con la riunione di luglio).Questa presa di posizione decisamente esplicita ha colto in contropiede gran parte degli operatori e degli analisti finanziari (noi compresi), che si attendevano un nulla di fatto per parecchi mesi e poi, eventualmente, un ritocco al ribasso.Le reazioni quindi non si sono fatte attendere. In sole tre sedute i tassi a breve termine dell’area euro sono aumentati di oltre lo 0,50%, mentre i tassi a lungo termine sono rimasti più o meno invariati; l’euro ha guadagnato contro pressoché tutte le valute mondiali (per poi correggere soprattutto contro dollaro) e il prezzo del petrolio è aumentato del 5%.E’ quindi evidente che la BCE ritiene a questo punto più rilevante contrastare le tendenze inflattive, rispetto al rischio di far piombare l’economia europea in recessione. Diamo per scontato che le dichiarazioni di giovedì scorso siano state decise sulla base di attente e approfondite valutazioni sullo stato di salute dell’economia europea e sui rischi dell’inizio di una spirale inflattiva; “osiamo” tuttavia fare qualche valutazione ulteriore in merito. Rischio di inflazioneL’aumento dell’inflazione degli ultimi mesi è soprattutto legato alla crescita dei prezzi di alcune materie prime, quest’ultime aumentate non tanto in conseguenza della domanda interna europea, quanto in conseguenza della sempre maggiore richiesta da parte delle economie emergenti (e almeno in parte della speculazione finanziaria).Alzando i tassi di interesse quindi, la BCE non può realisticamente sperare di contenere l’aumento dei prezzi delle materie prime (non dipende dall’Europa), quanto piuttosto evitare che si inneschi una spirale prezzi-salari che potrebbe alimentare ulteriormente (questa volta dall’interno) l’inflazione. L’azione comunque rischia di avere effetti diretti assai limitati, riguardanti esclusivamente la componente speculativa del rialzo delle materie prime. Crescita economica in Europa Normalmente la spirale prezzi-salari funziona in questo modo: l’aumento dei prezzi genera aumento delle richieste salariali, che a loro volta generano un aumento della domanda di beni creando i presupposti per un ulteriore aumento dei prezzi… e così via.E’ indubbio che in molte regioni d’Europa il potere d’acquisto dei salari medi si sia via via eroso, spingendo molte associazioni di categoria a richiedere aumenti sostanziosi dei salari. E’ tuttavia altrettanto vero che l’attuale situazione economica dell’Europa (con l’importante eccezione della Germania), non sembra far presagire la possibilità di significative “impennate” della domanda interna. La crescita economica per il 2008 e per il 2009 era prevista già sotto il 2% prima dell’annuncio di Trichet; adesso le prospettive di crescita potrebbero abbassarsi ulteriormente, con le società che ormai si finanziano a tassi vicini al 7% (rispetto al 4,5% negli USA). Abbastanza improbabile invece, ci sembra l’eventualità che il calo della domanda interna europea possa consentire una correzione dei prezzi delle materie prime, che come già accennato in precedenza sono spinti a rialzo da cause del tutto esterne. Le altre Banche Centrali Un altro aspetto decisamente peculiare, è il fatto che la BCE era già prima di giovedì la Banca Centrale più intransigente tra le maggiori economie mondiali. La FED infatti ha operato un massiccio calo dei tassi di interesse (dal 5,25% al 2%), la Banca Centrale giapponese mantiene i tassi di interesse su livelli vicino allo zero, la Bank of England ha recentemente abbassato i tassi di riferimento britannici e la Banca Centrale cinese sta continuando nella politica di frenare la rivalutazione dello Yuan (equivalente a mantenere bassi i tassi di interesse).E’ probabile (e le dichiarazioni di Bernanke di questa settimana lo dimostrano) che la decisa presa di posizione della BCE influenzi almeno in parte gli altri banchieri centrali, tuttavia il divario è destinato a rimanere molto ampio. In conclusione, le recenti dichiarazioni della BCE pongono l’Europa in prima fila nella lotta contro l’inflazione mondiale. Il rischio è di sopportare più di altre aree economiche le conseguenze di questa “lotta” (cioè prospettive di minore crescita economica), senza goderne a pieno i benefici; nonostante gli sforzi della BCE infatti l’inflazione potrebbe restare elevata per cause indipendenti dalla volontà dei nostri banchieri centrali.
Fonte:www.repubblica.it